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giovedì 8 dicembre 2022

Pagamenti elettronici Vs denaro contante

Tiene banco in questi giorni la diatriba mainstream circa il possibile innalzamento della soglia sotto la quale l'esercente può rifiutarsi di accettare pagamenti diversi dal contante che il Governo in carica vorrebbe portare da 30 a 60 euro. I vari giornali, più o meno schierati contro il Governo Meloni, stanno pubblicando una serie di articoli contro questa disposizione adducendo principalmente 2 argomenti: l'evasione fiscale ed i costi per gli esercenti che vengono ritenuti simili tra i pagamenti contanti e quelli elettronici (pos) .
A tirare la cordata di chi è contro questo provvedimento è il Fatto Quotidiano, palesemente schierato a prescindere contro l'attuale Governo che con un articolo dal titolo "Pos, quanto pesano davvero le commissioni? Le cifre sui pagamenti digitali (anche micro). “Usare le banconote non costa nulla? Non è vero”" tenta di smontare il mito delle commissioni usando come riferimento i dati dell'Osservatorio "Innovative Payments" del Politecnico di Milano snocciolati dal direttore Ivano Asaro. 

Non potendo avere accesso ai dati della ricerca, poiché il costo di abbonamento al servizio offerto dall'Osservatorio è di oltre 1000 euro l'anno, posso limitarmi ad analizzare il contenuto dell'articolo evidenziando quelli che secondo me sono i punti deboli o, per dirla in altra maniera, le forzature atte esclusivamente a mettere in cattiva luce il provvedimento governativo.

Partiamo innanzitutto inquadrando cosa è l'Osservatorio per gli Innovative Payments. Esso è un gruppo di ricerca del Politecnico di Milano che studia i sistemi innovativi di pagamento per i consumatori e i servizi aggiuntivi ad essi collegati, finanziato, però, da aziende che di sistemi di pagamento alternativi al contante fanno il loro core business. Come si può vedere dal sito dell'Osservatorio, ecco i chi sono i partner:

Un giornale sempre attento ai conflitti di interesse come il Fatto Quotidiano stranamente in questo caso non ne rileva alcuno.
Se non li rileva il Fatto, nonostante la mia malizia, assumerò anche io che non ci sia alcun interesse da parte dell'Osservatorio a fornire una lettura di parte e quindi continuerò ad analizzare il contenuto dell'articolo.

Esso cita una serie di iniziative delle banche volte a ridurre o azzerare temporaneamente i canoni mensili per il pos o le commissioni. (Intesa Sanpaolo, ad esempio, ha azzerato il canone mensile fino a fine 2022 e annullato le commissioni per le transazioni sotto i 15 euro per tutte le piccole medie imprese fino al termine del 2023. Il costo di attivazione fino a dicembre 2022 è stato abbassato da 200 a 60 euro [..]Unicredit, che ha azzerato le commissioni sotto i 10 euro – con scadenza al 31 dicembre – per tutte le imprese con un fatturato annuo al di sotto dei 5 milioni di euro. Nexi, invece, ha annullato le commissioni per tutti gli acquisti sotto i 10 euro con termine dicembre 2023. ) Questi esempi, uniti ad una rilevazione di Banca D'Italia circa i costi nascosti del contante servono al giornalista per affermare una cosa ben precisa: la differenza di costi tra il pos ed il contante è trascurabile per gli esercenti, o addirittura più favorevole il primo per le microtransazioni.
Ma quali sono i costi del contante che vengono riportati: il tempo di rendicontazione della cassa, il costo di trasporto, le assicurazioni che devono essere sottoscritte dai commercianti, il rischio di errore umano e i mancati resti sono alcuni esempi. Il costo medio del contante, secondo un report di Banca D'Italia, citato nell'articolo, e  denominato "il costo sociale degli strumenti di pagamento in Italia" è di 19 centesimi che, secondo l'articolo equivale ad un 1,1% dello scontrino medio. Nel report di Banca D'Italia, però, l'importo medio della transazione in contanti è 19,23 € che fa scendere l'incidenza di costo all'1%. (dati 2019).
Non essendo possibile ricavare un costo unico della transazione digitale, poiché ogni banca/sistema di pagamento applica le sue commissioni, l'articolo assume che la commissione media sia di 1,5%. 

Viene da sé che, pur assumendo che i dati dell'articolo siano corretti, per tutti quei pagamenti superiori ai 15 euro (ed in generale per tutti pagamenti alla fine delle varie promozioni delle banche) il costo del POS è di uno 0,5% superiore a quello del contante e, nell'ipotesi di innalzamento della soglia si traduce in 90 centesimi per una spesa di 60€ a fronte di 60 centesimi per il contante.

Ma i dati sui costi sono corretti?
Su questo nutro dei dubbi, poiché se a determinare i costi del contante sono quelli indiretti ed ipotetici, per il POS non vengono aggiunti i costi reali connessi alla singola operazione ma solo quelli legati alla commissione bancaria. 

Per il report di Banca d'Italia le principali componenti di costo del contante sono quelle legate alle
attività di “back office” quali, in particolare: la gestione dei rischi operativi e di sicurezza (frodi, furti e ammanchi), il tempo di lavoro necessario per la gestione manuale dello strumento presso le casse e il punto vendita, l’ammortamento e la manutenzione dei registratori di cassa. Una quota consistente di oneri (circa 1/4) è attribuibile al trasporto e allo “stoccaggio” dei valori. Non appaiono invece rilevanti gli oneri commissionali espliciti applicati dalle banche su questi due strumenti, in particolare per il contante, la cui incidenza rispetto al costo privato dell’esercente non eccede il 10 per cento.
Quindi, se in caso di grandi incassi in contanti, è ragionevole e quasi obbligatorio inserire i costi assicurativi sui furti così come quelli di trasporto, per tutti i piccoli esercenti di quartiere/paese, con volumi di affari giornalieri bassi e, magari, con estrema vicinanza verso gli istituti di credito per il deposito, questi costi sono del tutto incongruenti. Il panettiere sotto casa non ha un'assicurazione contro i furti/frodi, così come non necessita di un porta valori per trasportare i contanti in banca e quindi per i piccoli esercizi di vicinato il costo è decisamente inferiore ai 19 cent. stimati. 

Ma se per il contante si usano dei costi indiretti, poiché non si fa lo stesso anche per il POS?
Il direttore dell'Osservatorio ed il giornalista se ne saranno dimenticati.. Il POS, oltre alla commissione bancaria ha almento altre 4 voci di costo: l'energia elettrica per alimentare il device, la carta usata per stampare la duplice copia della transazione, il costo del collegamento remoto e quello di manutenzione del device. Costi indiretti anch'essi, probabilmente difficili da stimare, ma che esistono e si aggiungono a quelli delle commissioni.

Sul fronte della lotta all'evasione, invece, ritengo l'argomentazione del tutto strumentale, poiché pagare in contante non significa esimersi dal chiedere lo scontrino, qualora l'esercente non avesse provveduto ad emetterlo.  

 





 

venerdì 13 marzo 2020

martedì 5 novembre 2019

Manovra finanziaria 2020: si riparte dal taglio a comuni

Quando il governo non sa dove reperire i fondi, parte semplicemente dal taglio dei trasferimenti ai comuni ed è quello che potrebbe accadare se non venisse modificato l'art. 67 della legge bilancio di Bilancio 2020, attualmente in Senato per l'inizio dell'iter parlamentare

L'antefatto
Con la trasformazione da IMU a TASI (anni 2013-2014) alcuni comuni ebbero mancati introiti dovuti alla minore entità del gettito e così, nel 2014, il governo istituì un fondo di compensazione. All'inizio la dotazione era di 625 milioni annui con una progressiva diminuizione per gli anni successivi. Si arrivò alla legge di Bilancio del 2018  ed il fondo che per il 2019 sarebbe dovuto essere di 300 milioni fu ridotto a 190 (l'anno) a partire proprio dal 2019 e fino al 2033. Levata di scudi dell'ANCI che obbligò il nuovo governo Giallo-Verde a ripristinare lo stanziamento e così fu fatto: 300 milioni per il 2019, ma rimase 190 per gli anni successivi. 

Oggi, 2019: in corso di approvazione la manovra per il triennio 2020-2022.
Questo fondo sarà stato reintegrato? 

Ovviamente no, anzi, decurtato: da 190 milioni annui, si passa a 110 annui per il triennio 2020/2022 (art. 67 legge di Bilancio 2020).


Ecco l'andamento del fondo fin dalla sua istituzione


Facciamo una simulazione su un piccolo comune, il caso di San Vito Romano:



Come si può notare, dai circa 64.000 del 2014 siamo arrivati ai circa 30.000 del 2019, una riduzione quindi di oltre il 50%. Nel 2020, se il Governo non cambia la proposta, arriveranno 11.000 euro... 



AGGIORNAMENTO 30/01/2020

Nella nota di lettura della legge di bilancio fornita dalla fondazione IFEL,  viene chiarito che il comma 554 (quello che nella legge ha stanziato i 110 milioni) va a sommarsi al contributo previsto nel 2019 di 180 mln. Testualmente: << Il contributo si aggiunge a quello giàprevisto dalla legge di bilancioper il 2019 (legge 145/2018,commi892-895), per 190 milioni di euro annui tra il 2019 al 2033 >> 


L'allarme, quindi, sembra rientrato.


giovedì 31 ottobre 2019

Lotta all'evasione: una semplice proposta

Ogni anno, ad ogni manovra, ogni governo ci racconta la solita manfrina sulla lotta all'evasione proponendo spesso misure che con la scusa del contrasto, in realtà schedano e profilano il cittadino, tracciandone le spese, i risparmi, i movimenti. Eppure, analizzando alcuni dati liberamente disponibili in rete, ritengo ci sia un modo migliore per contrastare, in parte, l'evasione fiscale: allearsi con il cittadino, anziché vessarlo. In che modo? Equiparando la detrazione fiscale all'aliquota IVA, anzi, aumentarla di 1 punto percentuale.

L'esempio delle spese mediche.

Esse sono detraibili per il contribuente al 19% superata una soglia di 129,11 euro, detta franchigia. Quest'ultima, per semplificare, non verrà considerata causando un peggioramento del prospetto sulla perdita di gettito da parte dello Stato che ai fini del nostro ragionamento risulta poco influente. Se la considerassimo, la perdita statale sarebbe inferiore e quindi ancora più conveniente l'applicazione della mia ipotesi. 

L'iva su queste prestazioni è al 22% (percentuale spesso utilizzata come mezzo di sconto per gli utenti), perciò ipotizziamo che lo Stato decida di aumentare la percentuale di detrazione portandola al 23%, in modo che per un contribuente sia più conveniente farsi fare la fattura, piuttosto che pagare in nero.

Partiamo da alcuni punti fermi:

Dichiarazioni IRPEF 2018, relative ad anno 2017:

  • totale spese mediche : 18,5 Mld € 
  • ammontare detrazione (19%): 3,5 Mld €
  • ammontare detrazione con ipotesi al 23%:  4,25 Mld €
  • minor gettito per lo Stato (23%-19%): 0,755 Mld €. 
Evasione IVA
Un'apposita commissione del MEF nel 2018 ha presentato uno studio alla Camera dei Deputati denominato "RELAZIONE SULL’ECONOMIA NON OSSERVATA E SULL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA ANNO 2018" da cui possiamo ricavare alcuni dati utili a pagina 56:

Per l'anno 2016, come evidenziato in tabella, si registrano circa 35 Mld€ di evasione, di cui circa 26 Mld€ per omessa dichiarazione, mentre restanti 8 per dichiarazioni errate o mancati versamenti.

Il terzo dato che manca, che è anche quello più difficile da trovare, è la stima dell'evasione per categoria. Mi sono basato su 2 fonti, non tutte recenti(*):

1)  3° Rapporto 2012 Eures sull’evasione fiscale in Italia vista dai cittadini: da qui emerge che in media il 16% dei medici campione non ha emesso fattura.

2) Statistiche sito evasori.info che aggrega le segnalazioni dei cittadini con quelli dell'Agenzia delle Entrate e da cui emerge che, ad oggi, il 6,4% delle segnalazioni riguardano medici e dentisti:


Essendo i due dati proposti relativi ad annualità differenti, faccio una media dei due arrotondata per difetto, supponendo quindi che 11% dell'evasione complessiva sia relativa al settore medico.
L'11% di 26Mld (considero solo la stima dell'iva non dichiarata) sono 2,86 Mld di iva recuperata.

Al netto dell'operazione di aumento delle detrazioni, quindi, lo Stato avrebbe maggiori entrate per  2,1 Mld €.

Non solo, 2,86 Mld € di iva recuperata corrispondono a maggiori fatturati quantificabili in oltre 13 Mld €, che equivalgono anche a potenziali entrate previdenziali e IRPEF.

Se le mie ipotesi ed i dati di riferimento sono corretti, aumentando i benefici per i cittadini si aumenterebbero anche gli introiti per lo Stato, SOLO considerando il settore medico. che succederebbe se applicassimo il ragionamento anche a tutte le altre spese detraibili?


(*)due fonti possono essere poche e non del tutto attendibili, ne sono conscio, ma da semplice cittadino non ho altri mezzi per ricavare questo genere di dati.

giovedì 27 settembre 2018

Perché i cittadini devono vendersi le collanine e lo Stato no?

Recentemente mi è capitato di imbattermi in un post del blog di Beppe Grillo dal titolo quanto mai illuminante: Vendo Oro!
Il post, a firma di un dottore in Scienze Politiche snocciola una serie di numeri relativi alle riserve auree mondiali, evidenziando come l'Italia sia la terza detentrice di oro in assoluto, dietro soltanto a Germania e Stati Uniti, ma distaccata da questi due rispettivamente di un migliaio e 6000  tonnellate circa. I dati provengono dal World Gold Council, perciò si suppone siano attendibili, se non fosse per la Russia che nell'articolo sembra povera, con sole 800 tn circa, ma che in realtà ne ha oltre 1900.
Ma non è la precisione dei dati che mi preoccupa, quanto il messaggio che il post veicola, ovvero la possibilità di vendere una percentuale variabile tra il 20 ed il 25% delle nostre riserve per controvalore  pari ad una 20ina di miliardi di euro eventualmente spalmabili su 5 anni  (20 mld anno) che fornirebbero un'extra liquidità senza andare ad intaccare i vincoli di bilancio. Come lo stesso autore dichiara, questa misura sarebbe un una tantum e ci consentirebbe comunque di mantenere un buon livello di riserve.
In linea teorica tutto fila, d'altronde ritrovarsi denaro da spendere extra bilancio a chi non farebbe gola?
Di problemi pratici, però, io ne vedo alcuni e su questi vorrei riflettere.

1) Immagine e credibilità
 Il titolo di questo mio post riflette l'ultima frase del dott. Gattozzi sul blog di Beppe Grillo ed è perfetto per illustrare la prima obiezione. Dato l'estremo proliferare dei negozietti "compro ORO" è lampante che alcuni italiani stiano vendendo le loro "catenine", molto probabilmente come estrema ratio per far fronte ad una situazione economica non più sostenibile. Ma se addirittura lo Stato arriva a compiere questo passo, l'immagine della Nazione tutta non ne può che uscire compromessa. Già me le vedo le copertine dei giornali europei con la povera Italia in fila davanti ad un "Compro Oro" qualunque, vestita da stracciona, a vendersi qualche lingotto pur di finanziare... già. Finanziare che cosa?
E qui veniamo al punto 2..

2) Cosa ci facciamo con gli ipotetici 5 miliardi annui (o 20 complessivi)?
Perché se è vero che la catenina dell'italiano può pagarti una vacanza spot, oppure, nei casi peggiori, le bollette del mese, cosa dovrebbe farci lo Stato Italiano? Ed è questa la domanda che mi preoccupa più di tutte e per un semplice motivo: non abbiamo problemi di pagamenti, non abbiamo problemi di liquidità nell'immediato, ma abbiamo almeno 4 grandi problemi strutturali: il debito pubblico, il costo del lavoro, la disoccupazione ed infrastrutture da ammodernare.
Nessuno di questi punti, però, può essere risolto definitivamente  con misure una tantum:
  • Debito pubblico: oltre 2000 miliardi di euro, oltre le 100 volte il presunto ricavato dalla vendita dell'oro: una goccia nel mare che un paio di turbolenze sui mercati, una volta che il QE sarà definitivamente concluso, possono azzerare in pochissimo tempo. 
  • Costo del lavoro - disoccupazione: gli incentivi sono sempre ben accetti dagli imprenditori, ma hanno il problema di "drogare" il mercato nel breve periodo e terminare i propri effetti sul medio lungo se non supportati da un'effettiva e stabile riduzione del costo del lavoro. Tanto per avere un esempio pratico e reale, un articolo del Fatto Quotidiano del 2017, alll'epoca della vecchia legge di Bilancio, stimava un esborso di 1.2 miliardi per sgravi assunzionali destinati ad una platea di circa 850.000 lavoratori, mentre simulazioni su un taglio stabile del costo del lavoro per tutti i lavoratori prevedono esborsi di circa 2.5 miliardi annui per ogni punto di riduzione.  
  • Infrastrutture: su questo punto sicuramente si potrebbero concludere opere di un certo rilievo, come ad esempio la Gronda, nuovo e controverso passante genovese la cui realizzazione è già pianificata da anni dal costo stimato fra 3.5 ed i 4.2 miliardi di euro. Dati gli estenuanti iter burocratici su opere di tale grandezza, è chiaro che ci si potrebbe basare solo su progetti il cui percorso di approvazione sia in uno stato già avanzato.Delle varie ipotesi, questa della spesa per infrastrutture è sicuramente quella che, a mio parere, potrebbe giustificare l'operazione, a patto che si scelgano attentamente le opere con le più ampie ricadute sui territori, cosa che, ad esempio, mi farebbe escludere il Ponte sullo Stretto (stimato in 8,3 miliardi) e propendere per un grande investimento pubblico sul cablaggio in fibra dell'intera penisola, da sub-affittare poi ad i vari operatori, oppure un grande piano di miglioramento delle ferrovie regionali. 
Se le infrastrutture potrebbero offrire un buon modo per spendere risorse una tantum, sempre ammesso che non ci siano intoppi progettuali e  non si verifichino i classici episodi di corruzione a far lievitare i costi, ma soprattutto non ci siano ostruzioni di istituzioni o cittadini, la mia grossa paura è che queste risorse, seppur ingenti, possano essere usate per interventi volti ad alimentare esclusivamente il consenso elettorale, come il bonus di 80 euro di Renzi che nel 2014 è costato alle casse dello Stato 5,9 miliardi generando un aumento dei consumi per soli 3,5.
Ed in un'epoca, questa, in cui è la fame di voti e di ampliamento della base elettorale a governare la politica e non la pianificazione, in cui si rischia l'impopolarità, ho il grande timore che risorse extra vincoli europei possano essere sperperate nel tamponare i buchi delle misure cardine della propaganda giallo-verde (reddito e quota 100), invece di essere investite.

Francamente, perciò, mi auguro che il suggerimento dell'ex capo del Movimento 5 Stelle resti inascoltato...

giovedì 26 ottobre 2017

Mercato libero Vs Maggior tutela.. in attesa del 2019

Come noto, è da qualche anno che il governo si impegna nel facile compito di favorire le aziende di distribuzione dell'energia, andando ovviamente a discapito del piccolo consumatore. La chiamano liberalizzazione, concorrenza, ma in realtà si traduce esclusivamente nel lasciare l'utente in balia delle aziende.
Poiché, però, il marcato libero non ha riscosso quel successo auspicato, il governo ha forzato la mano convincendo gli utenti restii al passaggio nel modo più semplice: abolendo il servizio di maggior tutela.
L'ultimo provvedimento al riguardo ha postposto l'obbligo del passaggio a Giugno 2019, facendo tirare un piccolo sospiro di sollievo a tutti coloro i quali, ben contenti dei loro vecchi contratti, ancora sono rimasti ancorati alle vecchie certezze offerte dall'autorità per l'energia.
Le compagnie non l'hanno presa bene, ma nel frattempo che la legge non le avvantaggi definitivamente, provano ad accaparrarsi clienti con marketing aggressivo e terrorismo.
Non sono sufficienti, infatti, i call center che ti disturbano sempre mentre sei a cena, ora c'è anche un esercito di venditori porta a porta che con la minaccia, falsa, dell'imminente chiusura del sevizio di maggior tutela (che secondo loro termina nel 2018), provano ad ammaliare gli utenti con offerte che sembrano allettanti. Allettanti sì, ma per chi? Sono poche le persone che hanno dimestichezza con una bolletta e nonostante gli sforzi fatti per semplificarle, paragonare le offerte è sempre complicato. Ci si districa fra sconti, prezzi bloccati e termini strani. Vuoi per la stanchezza, vuoi per un apparente convinzione,a volte capita che il malcapitato si faccia convincere e firmi..
Con un'incredibile solerzia, a soli pochi giorni dalla firma, ecco che arriva a casa l'intero plico della pratica con moduli già firmati e nulla in più da compilare, sempre che non si voglia recedere. In questo caso, infatti, si hanno 14 giorni per espletare il sacrosanto diritto di ripensarci. Ma perché dovremmo farlo, se siamo stati appena convinti che è tutto più conveniente?
Semplice: perché poi, alla fine, tutta questa convenienza non c'è. E te ne accorgi subito, quando visioni l'ultima pagina del plico in cui c'è una tabella comparativa fra i costi dell'offerta che hai appena sottoscritto e quelli del servizio di tutela. Una tabella semplice, tipa questa:

La tabella è chiara: in percentuale l'unico caso in cui si ha un segno meno è quello in cui l'energia non viene usata. 120 SMC annuali di GAS, infatti, rappresentano un consumo irrisorio. Io, ad esempio, per 3 mesi invernali ne consumo oltre 250.
In tutti gli altri casi, quelli in cui cioè l'energia viene usata, si passa da un aumento del 3 a quello del 7.
E se questi sono i chiari di luna, queste le effettive offerte in regime di libero mercato, cosa mai ci attenderà quando la migrazione sarà un obbligo? 


venerdì 8 febbraio 2013

Sbornia Bond: la crisi del debito spiegata con simpatiche vignette

Pubblico in un formato fruibile per tutti una serie di vignette che spiegano la crisi del debito.
Non so chi sia l'autore originario, quindi non posso citarlo nei credits, certo è che io sono soltanto un mero uploader.

lunedì 27 febbraio 2012

La storiella sul salvataggio UE

Questa storiella che vi posto mi è stata segnalata da un amico e viene spacciata come un simpatico modo per spiegare il meccanismo di funzionamento del piano di salvataggio UE.

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E' una giornata uggiosa in una piccola cittadina, piove e le strade sono deserte.
I tempi sono grami, tutti hanno debiti e vivono spartanamente.
Un giorno arriva un turista tedesco e si ferma in un piccolo alberghetto.
Dice al proprietario che vorrebbe vedere le camere e che forse si ferma per il pernottamento e mette sul bancone della ricezione una banconota da 100 euro come cauzione.
Il proprietario gli consegna alcune chiavi per la visione delle camere.

1. Quando il turista sale le scale, l'albergatore prende la banconota, corre dal suo vicino, il macellaio, e salda i suoi debiti.
2. Il macellaio prende i 100 euro e corre dal contadino per pagare il suo debito.
3. Il contadino prende i 100 euro e corre a pagare la fattura presso la Cooperativa agricola.
4. Qui il responsabile prende i 100 euro e corre alla bettola e paga la fattura delle sue consumazioni.
5. L'oste consegna la banconota ad una prostituta seduta al bancone del bar e salda così il suo debito per le prestazioni ricevute.
6. La prostituta corre con i 100 euro all'albergo e salda il conto per l'affitto della camera per lavorare.
7. L'albergatore rimette i 100 euro sul bancone della ricezione.

In quel momento il turista scende le scale, riprende i suoi soldi e se ne va dicendo che non gli piacciono le camere e lascia la città.

  • Nessuno ha prodotto qualcosa
  • Nessuno ha guadagnato qualcosa
  • Tutti hanno liquidato i propri debiti e guardano al futuro con maggiore ottimismo

Adesso anche tu hai le idee molto più chiare su come funziona il pacchetto di salvataggio UE!

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Non so se questa storia sia stata coniata in questo preciso periodo certo è che essa sembra più che altro fatta per spiegare metaforicamente l'importanza della circolazione della moneta in una sistema a somma 0, dove cioè ad un debito corrisponde un credito di pari entità e l'unico problema è la mancanza di liquidità, piuttosto che una semplificazione del meccanismo di salvataggio della UE. 
Se infatti fosse stata una metafora del suddetto, l'epilogo sarebbe dovuto essere:

<<

6. La prostituta corre con i 100 euro all'albergo e salda il conto di 50 euro per l'affitto della camera per lavorare.
7. L'albergatore.....

 In quel momento il turista scende le scale, richiede i suoi soldi con l'aggiunta dell'interesse stabilito sulla caparra. Poiché l'albergatore non ha più la caparra è costretto a cedergli una camera...

>>
 

venerdì 24 febbraio 2012

Riflessioni su debito, tasse e politica italiana

[!]
Doverosa premessa: lungi da me il voler giustificare un'economia basata sul debito, salvare gli sprechi della politica italiana o difendere le azioni di un preciso governo. Questo post vuole soltanto riflettere sull'attuale cura che ci è stata imposta e sui falsi miti che si creano per fini esclusivamente di strumentalizzazione politica.
 [/!]

Da quando è cominciata la crisi mi sento ripetere che la politica economica Berlusconiana ci ha portato nel baratro e che ora siamo costretti a pagare più tasse per abbassare l'ingente debito pubblico che ha creato. Stufo della solita tiritera ho voluto approndire la questione per cercare di leggere i numeri in un modo quanto più oggettivo possibile.

Innanzitutto chiariamo i vari termini, qualora ce ne fosse bisogno:

Debito pubblico: valore in termini assoluti del debito di uno stato espresso in valuta.
PIL: prodotto interno lordo di uno stato, espresso anch'esso in valuta ed in termini assoluti.
Rapporto DEBITO-PIL: relazione fra debito e PIL espressa in termini percentuali
DEFICIT: disavanzo primario di uno stato, ovvero Debito pubblico al netto degli interessi sul debito

Questi sono gli indicatori principali della salute di uno stato che determinano la sua forza sia sul mercato che come potenza internazionale.
Non c'è un indicatore più importante di un altro, ma ognuno di essi è specifico per analizzare un determinato settore dell'economia pubblica, certo è che l'unico vero sguardo d'insieme è possibile ottenerlo soltanto osservando l'andamento storico del  Rapporto Debito-PIL, poiché mette in relazione i due principali indicatori assoluti. Un debito infatti potrebbe scendere nel tempo dando l'illusione di un miglioramento della situazione se analizzato da solo, ma questo potrebbe non corrispondere a verità se, in quello stesso periodo, anche il PIL scendesse.
Chiarito ciò, ecco alcuni grafici.

PIL Storico:
PIL storico espresso in %


Ecco invece una serie storica più ampia riguardante l'andamento del debito pubblico e del PIL espressi in valori assoluti.

Espresso in percentuale, ecco il rapporto deficit PIL


Uno sguardo alla situazione europea



Ed infine uno sguardo all'andamento della tassazione in Italia nella seconda Repubblica (non ho trovato tavole con serie precedenti):





Non è mio interesse analizzare di chi sono nello specifico le colpe perché ritengo che esse siano egualmente distribuite tra la classe politica che ha governato l'Italia dal 1970 ad oggi, con particolare enfasi verso la DC ed il PSI. Per chi vuole comunque una fotografia degli ultimi anni in fondo c'è un piccolo prospetto "rubato in rete" (vedi fonti).
E' mio interesse, invece, riflettere sulla reale causa del governo Monti (leggi crisi in atto) e sulla medicina propinataci.


Osservando le serie, soprattutto la 3° si può notare come i punti cardine della nostra repubblica siano stati il debito pubblico crescente ed il PIL crescente sì, ma con un ritmo decisamente più lento rispetto al debito. Si può notare che l'anomalia spunta fuori a partire dalla metà degli anni 70, per continuare lungo gli anni 90 quando per la prima volta si verifica il sorpasso fra debito e PIL, con quest'ultimo costantemente lento ed il primo inverosimilmente veloce almeno fino al 1998.
Il dato è un segno inequivocabile della malagestione della cosa pubblica in quanto indebitarsi per un fine diverso dal "magna-magna" avrebbe portato presumibilmente ad un'esplosione del PIL che invece non c'è stata, il che ci fa ragionevolmente dedurre che i soldi siano stati sprecati anziché essere investiti con sapienza in opere pubbliche, ad esempio.
Il crescente sciupo di denaro pubblico è coinciso anche con una crescente pressione fiscale (si può intuire questo andamento costante anche prima degli anni 90 continuando idealmente l'inizio della linea del grafico riguardante la tassazione)  fino al 97 , quando, per la prima volta, dal picco raggiunto c'è stata una flessione ed una conseguente discesa. Per la prima volta cioè in Italia si è pensato di diminuire il gettito, anche se con fasi alterne. Questo ha portato una buona crescita del pil fino agli anni 2000 (+2,7%) ed una stagnazione successiva attestatasi fra lo 0,5 e l'1%, ma non ha portato una riduzione del debito significativa. Il che ci fa ancora dedurre una continuazione nella politica degli sprechi e del mantenimento dello status quo dei privilegiati nonostante tassi di crescita del PIL sufficienti tra il 98 ed il 2006. (si osservi la flessione post 11 settembre coincisa anche con l'aumento della tassazione).
E' utile notare come gli anni in cui si è tentato di diminuire la crescita del debito sono stati anche gli anni in cui si è rialzata la tassazione il che ci fa ulteriolmente dedurre che si è cercato sempre e comunque la soluzione più veloce, ovvero il prelievo fiscale, anziché misure di ristrutturazione che contenessero gli sprechi (i famosi tagli). L'assenza di politiche contenutive risulta ancora più evidente se si nota come a flessione della crescita coincida anche un aumento del gap fra debito e PIL, particolarmente evidente dopo l'anno 2000 quando il rapporto debito PIL è stato contenuto soltanto con l'aumento del PIL senza toccare l'andamento del debito.  Con questo andamento e ricerca continua di equilibrio mantenendo intatti gli sprechi si è giunti fino al fatidico anno 2008 con il crollo della Lehman e lo scoppio della crisi globale.
L'alternanza dei governi Berlusconi, Prodi, D'Alema e Dini, occupata per lo più a mantenere il precario equilibrio fra i conti ed il consenso popolare è stata totalmente cieca nel non tentare di stimolare fortemente la crescita affidandosi quasi esclusivamente alla tassazione, indebolendo, così, ulteriolmente le basi economiche italiane.  Questo ha fatto sì che allo scoppio della crisi il nostro paese arrivasse decisamente malconcio, con una zavorra fatta da debito e sprechi eccessivi. Conseguenza prevedibile della crisi è stato un periodo recessivo che stiamo tutt'ora vivendo e che ha determinato un'ulteriore diminuzione del tasso di crescita del PIL che di fatto ha sbilanciato a favore del debito il rapporto fra i due.
Il mercato ha poi fatto il resto. Cambiati i presupposti di crescita, aumentati gli scandali che coinvolgevano l'ex presidente del Consiglio Berlusconi, l'Italia si è trovata totalmente alla mercé degli speculatori che si sono scatenati nell'estate del 2011. In rete alcuni economisti hanno fatto coincidere questo accanimento contro il nostro paese con l'esito del referendum avverso, nei fatti, a tutti coloro che intendevano venire ad investire (leggi banchettare) nel nostro paese. Questa tesi, ovviamente, per ora,  non può essere supportata da prove, certo è che la coincidenza tra le date, l'attuale dibattito sulle privatizzazioni di aziende partecipate dallo stato e dai comuni rafforzano sicuramente quelle idee.
A questo vanno aggiunti i personaggi, figli molti di oligarchie finanziarie e bancarie, che hanno preso le redini del nostro paese e che, di fatto, utilizzando la solita politica della tassazione, stanno cercando di ridurre il debito e contemporaneamente stanno elemosinando pietà presso le maggiori piazze finanziarie. (a tal proposito vedi Monti vs Wall Street, Monti verso London Stock Exchange e Monti Vs Piazza Affari) .
E' bastato questo, unito alle promesse di smantellemento di quello che è rimasto dello stato sociale a far abbassare lo spread (differenziale di rendimento fra BOT italiani e BUND tedeschi) che aveva messo in ginocchio Berlusconi e che è sceso sotto quota 400 punti, alleggerendo il fardello degli interessi sul debito e riaprendo il decennale dibattito sulle riforme strutturali che nessuno sa quali siano, ma di cui tutti parlano.
Quale è la conclusione di questo (primo) personale excursus? Ovvero, cosa ne ho dedotto io leggendo i numeri?

  1. L'Italia ha subito l'egemonia di una classe politica avida di denaro e di voti a partire dal 1970, anno dell'entrata in scena di politici del calibro di Andreotti, Spadolini, Craxi, De Mita etc...
  2. La prima e la seconda Repubblica si sono differenziate non tanto per la diminuzione degli sprechi, quanto più per il cercare di mantenere uno strato di privilegi provando però ad invertire la rotta della tassazione. (dal '96 per la prima volta in assoluto si è pensato di diminuirle per mitigare il sentimento di antipolitica post Mani pulite)
  3. La politica degli ultimi vent'anni si è dimostrata incapace di gestire un paese, di modernizzarlo e di prepararlo alle sfide che la globalizzazione e la moneta unica europea tenevano in serbo. 
  4. Una tassazione eccessiva non è mai la panacea dei mali, ma anzi ha un effetto recessivo per una serie di ragioni:
      • diminuzione della disponibilità a spendere
      • aumento del prezzo dei beni
      • scoraggiamento degli investitori che si tengono stretti o fanno migrare altrove eventuali fondi accumulati
  5. Un debito statale può non essere un problema, anche se elevato, fino a quando il paese si dimostra politicamente forte e con piani di crescita ben definiti. (vedi debito pubblico giapponese ad esempio)

Per chi volesse mettere in relazione questi dati con il succedersi dei governi italiani può dare uno sguardo a questo prospetto:



Fonti delle tabelle di dati:
Wipedia: Economia Italiana
IndexMundi: Serie dati dal 99
Linkiesta: Debito pubblico
La Rivista: articolo debito

martedì 21 febbraio 2012

Inside Job: docu-film sulla crisi finanziaria


Ieri sera ho avuto il piacere di vedere il film documentario Inside Job ,vincitore del premio come miglior documentario nel 2011.
Esso offre una panoramica delle varie fasi della crisi economica (pre-durante-post), puntando il dito contro le cause ed i colpevoli di questa crisi, identificati sia come alti dirigenti di Wall Street ma anche come politici ed accademici che con la loro connivenza l'hanno appoggiata se non addirittura favorita.
Non è quindi il solito documentario esclusivamente contro le grandi finanziarie americane del calibro di JP Morgan, Goldman Sachs o Lehman Brothers, ma contro un intero sistema fatto di poteri forti, lobbies, accademici con il vizio di essere stipendiati dalle grandi compagnie e, sopratutto, di politici appartenenti alle fila delle stesse compagnie che avrebbero dovuto controllare e regolamentare (ogni riferimento a Monti è del tutto casuale).
Interessante e degno di ulteriore riflessione è la parte dedicata proprio agli accademici (fior fiore di professori e dirigenti universitari, luminari in campo economico) che risultano il più delle volte collusi e finanziati proprio dalle compagnie finanziarie americane affinché sposassero e pubblicizzassero la causa della deregolamentazione dei mercati finanziari con particolare accento a quella dei derivati, più volte elogiati e sostenuti come mezzi per ridurre i rischi connessi agli investimenti. Come se non bastasse, questa corruzione di idee ha portato da un lato false e quantomai tendenziose scritti al riguardo, ma soprattutto un insegnamento inquinato che ha forgiato e continuerà a forgiare studenti, intrisi dell'errato concetto di economia = finanza, pregiudicando, nel peggiore dei casi, anche la futura classe dirigente politico-economica americana.
Altrettanto degno di nota è l'ultimo capitolo, dedicato al cosa si è fatto per prevenire future simili catastrofi. Se è, infatti,  argomento noto ai più la causa principale della crisi, lo è molto meno cosa il presidente Obama (ed il mondo) è riuscito a fare per stabilizzare il sistema e prevenire ulteriori ricadute. Non vi svelo il finale, ma è ovvio che le promesse tanto declamate in campagna elettorale o nei primi anni del suo insediamento sono state decisamente tradite, così come è stata tradita la voglia di riscatto e la sete di giustizia dei cittadini comuni, i veri ed i soli a soffrire questa crisi.

Dimenticavo... Bella anche la colonna sonora!

martedì 14 febbraio 2012

Imposta bollo sui titoli (versione Monti): patrimoniale con mano tesa ai grandi

Cercando di massimizzare gli introiti evitando patrimoniali palesi, sia l'ex governo Berlusconi che l'attuale Monti hanno attinto alle risorse finanziarie possedute dagli italiani in modo diverso, ma ugualmente scellerato e rispettoso degli interessi dei grandi investitori.


Manovra Tremonti (estate 2011): venivano fissate delle aliquote di tassazione del conto titoli in base al valore del conto stesso considerando il valore nominale di ogni azione del portafoglio. A seconda dello scaglione di appartenenza si applicava una tariffa di pagamento progressivamente più elevata.  L'ingiustizia palese era la progressiva diminuzione dell'incidenza della tassa al crescere del patrimonio, ma c'era un lato positivo nel fatto che venivano lasciati fuori dal conteggio i titoli di stato ed i conti deposito. Per quanto riguarda il mercato azionario, invece, essendo il valore nominale (generalmente) decisamente più basso del valore di mercato, la tassazione risultava piuttosto blanda per la maggior parte degli investitori, incidendo negativamente solo su quegli asset ormai spazzatura.


A dicembre il nuovo governo Monti ha deciso di intervenire aggiustando la manovra, denominata Salva Italia, in modo da raccogliere maggiori entrate, partorendo così una vera e propria patrimoniale in cui l'imposta di bollo è proporzionale al controvalore di mercato dei titoli posseduti. Il tributo è pari allo 0,10% di tale importo per l'anno 2012, mentre sarà elevata allo 0,15% a partire dal 2013 con un minimo di 34,20 euro ad un massimo di 1.200 euro. Soggetti a tassazione sono tutti gli strumenti finanziari, anche quelli che non si trovano materialmente in un dossier come, ad esempio, i fondi comuni di investimento e le polizze vita o, ancora, i buoni fruttiferi postali. Ad oggi non è chiaro come e quando venga calcolato il valore di mercato del dossier titoli.
Cercando di racimolare quanto più possibile, questo nuovo provvedimento ha alcuni tratti che lo rendono iniquo ed ingiusto in misura assolutamente peggiore rispetto a tutta la normativa precedente.
La cosa che salta subito all'occhio è l'imposizione di un tetto massimo al pagamento, andando a tutelare così i grandi investitori e non i piccoli medi risparmiatori.
Quella che più nascosta, ma, a mio modo di vedere, profondamente ingiusta, è l'applicazione di una tassazione basata sul semplice possesso di un bene anche all'ambito finanziario dove il suddetto bene è irreale e fluttuante fino al momento della vendita.
Facciamo subito un esempio prendendo a riferimento un titolo caro agli italiani nel mercato azionario data la sua stabilità e l'alto dividendo: ENI  ha un valore nominale di 1 euro, mentre un valore di mercato fluttuante che ha spaziato, nell'ultimo anno, da un minimo di 12 euro ad un massimo 18. (negli anni passati il titolo ha toccato anche i 28 Euro per azione).
L'acquisto di un'azione diventa un rendimento solo ed esclusivamente al momento della vendita (non considero i dividendi perché non sono forniti da tutti), mentre in tutto il periodo in cui essi sono nel portafoglio risultano essere soltanto un qualcosa che ipoteticamente, nel caso di crescita, potrà generare un reale introito.
Applicare perciò una tassazione percentuale sul valore di mercato senza tener conto del valore di carico (ovvero del costo effettivamente pagato per quell'azione) significa far pagare indistintamente chi è in attivo e chi in passivo.
Prendendo sempre a riferimento il titolo dell'ENI oggi ha una quotazione intorno ai 17 euro per azione. Chi lo acquistato in estate lo avrà probabilmente pagato una cifra intorno ai 15 euro, chi, invece, lo ha nel dossier da qualche anno, lo avrà pagato sicuramente una cifra maggiore ai 19/20 euro.
Tutti e due quindi hanno un ipotetico ptrimonio attuale di 17 euro x azione, ma solo uno ha effettivamente un guadagno. Tutti e due, però, pagano allo stesso modo.
Come c'era da aspettarsi, quindi, non si tassa la speculazione, il lucro, ma esclusivamente il possesso indipendentemente se esso porti effettivi guadagni. 
Il governo dei banchieri ha quindi garantito ai grandi investitori un tetto massimo di pagamento e una tassazione intatta sui guadagni generati dalla compravendita speculativa dei titoli.
Chi ci rimette in misura maggiore? Il piccolo medio investitore cassettista, ovvero, il pesce più piccolo della catena....

venerdì 11 novembre 2011

Trattoria Italia: antipasto mare e Mario Monti

Ormai ci siamo, i mercati hanno formalizzato pubblicamente l'OPA sull'Italia, sulla trattoria Italia dove per anni la politica italiana (Dc e PSI e figli) ha banchettato senza sosta e dove, ora, vogliono farlo anche loro.
Il governo Berlusconi è caduto sotto le pressioni dei poteri internazionali, finanziari e politici, gli unici che potevano dare una spallata decisiva vista la totale assenza di alternativa politica italiana.
Da qualche settimana oramai si vociferava sull'ipotesi di formare un governo tecnico con il compito di traghettare il nostro paese fuori dalla crisi e che si preoccupasse di attuare quelle riforme necessarie che, però, nessuno dice apertamente quali sono. Ora questa idea si sta concretizzando, se non si è già concretizzata, sempre per volere dei mercati che non vedono di buon occhio una soluzione politica diversa dal governo tecnico, come dimostra ampiamente il rapporto presentato da Goldman Sachs subito dopo l'annuncio di dimissioni di B.
L'uomo illuminato, l'eletto, i salvatore della patria è, casualmente, Mario Monti, l'uomo che sta simpatico sia alla destra che alla sinistra, essendo stato proposto a commissario UE sia nel governo Berlusconi che D'Alema.
I giornali, i talk-show e la maggioranza dei media italiani lo hanno esaltato, dipinto come uomo dalle straordinarie capacità economiche, dall'inattaccabile immagine, dalla stupefacente rispettabilità internazionale.
Cito qualche articolo in proposito: Il bocconiano europeista che punta alla crescita di Repubblica e Chi è Mario Monti della Rai.
In pochissimi però citano tutti gli altri aspetti della vita che emorgono chiaramente surfando nel web.
Ad esempio:

Da ascoltare è inoltre il seguente passaggio tratto da l'Infedele in cui Monti esalta la cultura del rigore tedesco partendo dall'affermazione che il fallimento della Grecia è la manifestazione più concreta dell'enorme successo dell'Euro.


A legittimare anche dal punto di vista politico la sempre più possibile nomina di Monti ci ha pensato anche l'ex compagno Giorgio Napolitano, nominandolo senatore a vita.


Quindi, a curare un paese abbattuto dalla crisi finanziaria mondiale ci sarà un uomo della finanza mondiale...

Ci sarà da preoccuparsi?
Io dico di sì.

sabato 17 settembre 2011

IVA al 21%: dati su sigarette e stime del Codacons


L'ennesima manovra economica varata dal Governo Berlusconi in questa torrida estate 2011 ha portato un aumento dell'IVA dal 20% al 21% con conseguente rincaro della maggior parte di beni e servizi.
L'IVA è l'acronimo di Imposta sul Valore Aggiunto che colpisce l'incremento del valore di un bene durante tutte le fasi della sua produzione / trasformazione fino ad arrivare alla sua vendita al singolo, che è l'unico pagante effettivo di questa imposta. Per dettagli relativi al funzionamento vi rimando all'ottima e sintetica spiegazione fornita da Wikipedia.
Attualmente in Italia vi sono 3 aliquote che partono dal 4%, passano per il 10% fino ad arrivare, con il nuovo DDL, al 21%.

La maggior parte dei beni di prima necessità appartengono alle categorie aventi una tassazione ridotta, quindi pane, pasta, formaggi, carne frutta, verdura e molto altro. Un elenco dei beni tassati al 4% può essere consultato alla voceBeni soggetti aliquota 4% del sito Amministrazione Aziendale, mentre alla voce beni soggetti aliquota 10% dello stesso sito potete trovare l'elenco di quelli al 10%.
Un breve riassunto, invece, dei beni e servizi appartenenti all'aliquota IVA più alta può essere trovato sia su Conquiste del Lavoro che su quetso articolo di cronaca dela provincia di Varese.

Come è possibile notare, tutto ciò che è quotidianamente fondamentale alla nostra sopravvivenza ha una tassazione ridotta, accessori a corredo della nostra vita, elettrodomestici, caffé, liquori, utensili, detersivi, sigarette, veicoli, imbarcazioni e molto altro sono considerati beni di "maggior lusso" e quindi applicano una tassazione più elevata. Proprio questa fascia di beni è stata oggetto del rincaro promosso dal governo.
Non sta a me giudicare la bontà di questa manovra e non è questo certamente il luogo per farlo, però è mio scopo fornire uno spaccato di cosa ci aspetterà dopo questo aumento in base a quanto rpospettano due autorevoli fonti: il sole 24 ore ed il Codacons.

Il primo spunto mi viene fornito da un articolo del Sole 24 Ore. All'interno di questo articolo mi è saltata subito all'occhio questa frase
"Rincari in vista anche per i pieni di carburante che oltre alle accise scontano l'imposta sul valore aggiunto e le sigarette il cui aumento dell'Iva porta a un rialzo di 20-25 centesimi.". Da (ex) fumatore con il vizio in corso questa cifra mi ha fatto inizialmente sobbalzare, poi mi ha incuriosito e così ho voluto verificarla.
Ho preso ad esempio il pacchetto che sporadicamente acquisto e che fino al 16 settembre 2011 è stato pagato 4,00 euro: le diana blu.
Il prezzo al netto dell'iva di questo pacchetto è 3.33 euro. Dopo l'aumento di un punto percentuale dell'IVA un consumatore come me si aspetterebbe un nuovo prezzo pari a 4,0293 euro. L'articolo citato però ci prospetta un aumento di 20/25 centesimi... Come mai?
Effettivamente la lista aggiornata dei prezzi reperibile presso il Mitab riporta un prezzo di 4,20 euro per lo stesso pacchetto di sigarette preso in esame. Prezzo questo che cozza palesemente con i conti da me effettuati e con il trucco proposto da questo articolo di Virgilio notizie che suggerisce di moltiplicare il costo attuale di un bene per 1,00833334 al fine di valuarne quello futuro. Da dove escono i 17 centesimi in più?
Semplice. Parallelamente all'aumento dell'IVA ci sarà anche un aumento delle accise come riportato in questo breve articolo dell'agenzia di stampa AdnKronos e come confermato da quest'altro articolo di FiscoOggi che anzi, ci anticipa ulteriori aumenti proprio nel prossimo biennio.
Ok, le sigarette sono un bene nocivo e di lusso, quindi vediamo l'impatto dell'aumento dell'IVA su beni di più largo consumo.
Una delle fonti ritenute autorevoli per documentarmi è il CODACONS, l'ente che in fin dei conti dovrebbe tutelarci dovrebbe fornire dei dati attendibili. Così mi sono imbattuto in questo comunicato stampa dove si prospetta un aumento annuo di 290 euro per una famiglia di 3 persone e a 385 per una di 4.
290 euro?! Urka!
Allora, vediamo un po': un aumento di 290 euro significa che questo è il valore di un punto percentuale di IVA, quindi, moltiplicandolo per 21 si arriverà a 6090 euro di IVA pagata in un anno da una famiglia di 3 persone. Quanto dovremmo effettivamente spendere per pagare tale cifra? 6090 euro di IVA corrispondono ad una spesa lorda annua di 29.000 euro, ai quali si deve sommare tutti costi relativi all'acquisto di beni primari come i cibi o informazione che non sono inclusi in questo calcolo. Quindi una famiglia di 3 persone spende più di 35.000 (ho calcolato soltanto 6000 di cibo) euro l'anno per sostenersi? Mi sembra un tantino esagerato calcolando che in un recente articolo "stipendio netto degli italiani" ,sempre de Il Sole 24 Ore, lo stipendio medio di un lavoratore italiano veniva quantificato in 1300 €, il che significa che ha un reddito netto annuo di 16.900 che moltiplicato per due, ovvero 2 lavoratori per la famiglia di 3 persone, ci porta ad un totale di 33.800 euro. Cioè ogni anno una famiglia media spende più di quanto guadagna?!
Non mi sembra proprio possibile.
Se da una parte il dato del Codacons è decisamente sballato, dall'altro c'è un grosso pericolo che incombe su noi poveri cittadini consumatori: l'aumento indiscriminato dei prezzi da parte di commercianti senza scrupoli che potranno approfittare del cambio dei prezzi per aggiungere un surplus non legato all'IVA.
Perciò l'invito che mi sento di fare è di tenere sotto controllo la categoria!

Per chiunque non avesse dimestichezza con i calcoli dell'IVA o semplicemente non avesse voglia di usare la calcolatrice ecco un sito che in un attimo vi aiuterà con tutti i calcoli del caso.

martedì 9 agosto 2011

Diario del saccheggio: docu-film sulla crisi Argentina


Vi consiglio la visione di questo documentario sulla crisi Argentina.



Seguite il link su youtube per le puntate rimanenti.